CONFERENZA DI CONSTANZA KALIKS

1 Ott 2017

CONFERENZA DEL 7-8/07/2017 – Constanza Kaliks al Convegno Nazionale Giovani

GIORNO 1

Esiste una contraddizione che riguarda l’incarnarsi dei 7 miliardi e mezzo di abitanti di questo pianeta in questo preciso momento storico, ovvero l’anelito che porta appunto a tale incarnazione, all’incontro di queste anime, in conflitto con una narrativa contemporanea che dipinge il mondo come negativo e quindi rende accettare la propria incarnazione e incontro con gli altri difficile e senza senso.
Caratteristico di questo momento storico è anche l’avere coscienza della propria capacità di autoriflessione che si articola intorno a tre poli principali.

  1. Il rapporto tra individualità e totalità. L’individualità di ciascuno esiste e si riconosce in quanto tale in relazione al gruppo, alla comunità, ad una totalità.
  2. La domanda “che cos’è umano?” che si genera dalla consapevolezza, mai maturata così chiaramente prima, che la capacità razionale dell’uomo può esser meglio contenuta in una macchina, e quindi dall’idea che le macchine prodotte dall’uomo hanno la potenzialità di sostituirsi all’uomo stesso, sono più perfette e più capaci del loro stesso creatore (es. del sapere della matematica meglio contenuto in qualsiasi macchina rispetto a quanto può contenerne e ricordarne l’uomo con lo studio).
  3. Il senso di appartenenza dell’uomo al suo tempo e a questa terra.

Tali sono le tre sfide emerse dalla coscienza di autoriflessione che possiamo dire raggiunta dall’uomo contemporaneo.
Questa coscienza di autoriflessione già era presente nell’Antico Testamento quando Mosè davanti al roveto ardente incontra Dio per la prima volta che gli dice “Va’ al popolo e digli che hai visto Dio”, Mosè è insicuro al riguardo e chiede conferma. Dio allora gli suggerisce di dire che “Io (Dio) sono quello che sono (in aramaico, “che sarò”, poiché il presente e il futuro coincidono)”.
Durante il Medioevo, il senso di appartenenza al divino progressivamente si perde e di conseguenza anche il senso della vita poiché essa stessa deriva da un’essenza divina. Per questo, i mistici medievali concepivano la vita terrena come un cammino evolutivo che anela a ricongiungersi con la vera vita, ovvero il mondo del divino.
Niccolò Cusano (1401-1464), per esempio, è tra i primi a ricercare una via intellettiva d’incontro col divino oltre a quella affettiva predicata dal misticismo medievale che risiedeva nella forza del sentimento dell’anima.
Nel ricercare una strada intellettiva di ricongiungimento col divino Cusano scandaglia la natura del nostro apprendimento, le modalità di acquisizione della conoscenza umana.
Questa avviene non per aggiunta di nuove nozioni ad un corpus statico e monolitico di conoscenze già acquisite, quanto piuttosto il nuovo s’integra con ciò che già si sa legandosi ad esso per paragoni e somiglianze, mettendo in relazione ciò che ci apprestiamo ad imparare con quello che già conosciamo (es. della spiaggia brasiliana).
Tuttavia, per quanto riguarda la conoscenza del divino, poiché Dio non appartiene a questo mondo e quindi per definizione non posso paragonarlo a nulla di ciò di cui già ho esperienza, l’unico modo di comprenderlo è provare ad avvicinare la mia capacità intellettiva a tale assoluto.
Nell’opera in latino di Cusano “De Visione Dei”, concepita come un dialogo platonico, l’uomo chiede a Dio come e dove può trovarlo e Dio gli risponde “Sii te stesso ed io sarò in te”. Con questa affermazione s’inaugura l’epoca moderna. La nascita della scienza moderna avviene a partire dall’assunto che solo conoscendo e trovando sé stesso l’uomo può incontrare e ricongiungersi al divino. La consapevolezza di sé è presupposto e condizione necessaria per guardare il mondo, relazionarsi agli altri e dare un senso alla propria vita.
Da tale coscienza, per esempio, consegue anche l’accettazione di una visione eliocentrica dell’universo poiché il fatto che sia il Sole al centro dell’universo e non la Terra non toglie all’uomo la sua posizione centrale nel mondo. La realtà assume quindi un carattere pluricentrico, poiché ci si rivolge ad una pluralità di uomini. Tale centralità e connessione tra tutti gli essere e i fenomeni del mondo e dell’universo necessita di un linguaggio universale che li metta in relazione, la matematica.
Tuttavia, anche la matematica si rivela insufficiente nel restituire la realtà così com’è, rischia di descrivere la realtà privandola della sua vitalità e fermandosi al suo aspetto quantitativo.
Secondo la filosofa Hannah Arendt la qualità vitale della realtà rischia di perdersi nella descrizione scientifica e matematica delle relazioni tra le cose poiché si tralascia completamente la qualità che distingue e caratterizza gli esseri e i fenomeni (es. delle analisi demografiche statistiche).

Esiste un’antica meditazione ripresa da Giordano Bruno che sposta la centralità dell’universo da Dio al mondo (e quindi all’uomo, o per meglio dire agli uomini e a tutti gli esseri) con un’immagine, quella di una sfera infinita il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è da nessuna parte. Immaginandosi questa figura si acquisisce la consapevolezza che il centro dell’universo è il mondo nella sua pluralità, non è un punto preciso ma è ovunque nella realtà delle cose che viviamo sulla Terra.
In questo senso il mondo è a disposizione dell’uomo per il suo uso, l’uomo mette al centro sé stesso, e così attraverso la conoscenza delle leggi che governano l’universo ha la capacità e responsabilità di costruire o distruggere a suo piacimento (ma entusiasmo, attività e responsabilità dovrebbero andare sempre di pari passo…).
Anche nella poesia “Piedra del Sol” di Octavio Paz si riprende questa immagine della relazione tra l’uomo e il mondo poiché si dice che “l’Io dell’uomo vive nella realtà delle cose”, tale concetto è ripreso dal filosofo austriaco Martin Buber che afferma che l’Io di ogni uomo è dato dalla sua relazione con l’Io dell’altro.
La consapevolezza che l’Io proprio si costituisce nell’incontro con l’altro, nella sua relazione con il mondo circostante, è presente in diversi pensatori, filosofi e letterati moderni. Ne “La vita dello spirito” di Hannah Arendt partendo dalla pluralità come legge del mondo si deduce l’esperienza costitutiva della relazione con l’altro: del bambino nell’incontro con l’insegnante e dell’insegnante nell’incontro con il bambino. È proprio in virtù di questo incontro e di questa relazione che si delinea e si costituisce l’Io di ciascuno.
In questo modo anche la spiritualità non è più da situarsi oltre il mondo ma in esso. Da qui le domande “Che cos’è umano?” e “A che mondo apparteniamo?”.


GIORNO 2

Nel 1924 viene fondata la Libera Università della Scienza dello Spirito con la formazione e la ricerca scientifica come pilastri fondamentali e l’antroposofia come base dell’approccio e sguardo al mondo, impulso trasversale a tutte le conoscenze e a tutti i suoi membri.
Tra le facoltà o sezioni di studio ci sono l’antroposofia generale, l’agricoltura e nutrizione, la pedagogia, la medicina, l’arte, le scienze naturali, l’astronomia etc… una in particolare però è dedicata esclusivamente ai giovani, alla gioventù in quanto momento di passaggio, centrale nel corso della vita dell’uomo, sul quale solo nel XX secolo cominciò a porsi la giusta attenzione. Non si tratta di un mero momento transitorio nel processo verso l’acquisizione di una produttività dell’individuo e della sua esistenza, ma è il momento per eccellenza nel quale emergono aneliti spirituali nuovi e ogni generazione deve maturare consapevolezza e riconoscere quelli che le appartengono e che si generano con essa.
L’idea alla base della sezione Giovani della Scuola è che la ricerca che vi si attua in un preciso momento e nell’ambito di una determinata collettività deriva proprio dalle esigenze emerse dall’incontro delle individualità del nuovo gruppo formatosi. Si tratta di un contenuto unico e speciale poiché sono unici gli individui che formano quel contesto e quella collettività.
Come le feste dei tempi micheliani anche in questo caso è l’incontro spontaneo che fa emergere speranze e aspettative. Dalla costituzione dell’Io a partire dal suo rapporto con il mondo e come organo di relazione con l’altro ne deriva anche una nuova concezione di etica, dalla responsabilità che emerge dalla consapevolezza dell’esperienza costitutiva della relazione con l’altro.
Ne “Il principio della responsabilità” di Hans Jonas, si parte proprio dalla coscienza della capacità distruttiva che l’uomo di oggi ha sviluppato, una potenzialità unica che necessita di una nuova etica.
Dato che inconsapevolmente ci relazioniamo in ogni momento con una dimensione spazio-temporale che va ben oltre le nostre esistenze (basti pensare a quante migliaia di anni impiega una bottiglietta di plastica che disperdiamo oggi nell’ambiente a decomporsi…), di che tipo di coscienza abbiamo bisogno per rapportarci con ciò che avverrà? Mentre il diritto romano era concepito per avere valore al massimo fino ai nipoti dei giuristi che lo teorizzavano, oggi la pedagogia ha una sfida molto più importante e vasta: prendersi la responsabilità di influenzare e determinare il futuro ancora sconosciuto del bambino. Per far fronte a questa responsabilità, serve un tipo di conoscenza immaginativa che va molto oltre le tradizionali capacità razionali dell’uomo potenziandone quelle percettive, che si possono riassumere in rispetto, aspettativa e apertura. La meditazione del seme ci può offrire una chiave di lettura al riguardo. Tale meditazione si concentra su un aspetto particolare del seme, che è la sua realtà fisica (così minuta) in rapporto ad una potenzialità intrinseca incredibile, ovvero la sua capacità di crescere in pianta, generare foglie, fiori, frutti e altri semi fino a riempire la Terra di altri semi, delle sue piante e così via. È proprio all’inizio dell’era Cristiana che si hanno le prime testimonianze di questa meditazione. Tale meditazione si lega ad un quesito molto rilevante che riguarda la creazione del mondo da parte di Dio: la genesi è da considerarsi come ordinamento di una sostanza preesistente dispersa nel caos primordiale o come creazione a partire da un nulla completo?
Vasilides fa emergere il paradosso che un Dio non esistente a partire da una volontà non esistente dovrebbe aver creato il mondo a partire da che cosa se non un seme?
Niccolò Cusano prende come esempio il seme della senape per dimostrare come attraverso la meditazione, e quindi il pensiero, posso far tornare visibile ciò che prima era invisibile, solo grazie al pensiero l’invisibile si trasforma in visibile. La meditazione e il pensiero sviluppano la capacità, molto potente, di immaginare e percepire qualcosa che anche se non ancora rivelato esiste potenzialmente. Questo è possibile entrando in un’attività interiore che è lo sforzo di sviluppare la capacità cognitiva di vedere il vivente. Ed è proprio questa capacità ad essere alla base del rinnovamento portato dalla gioventù in quanto generazione potenzialmente capace di rigenerare e portare un nuovo inizio. Si tratta nuovamente di quella contraddizione tra la vita, ovvero l’incarnazione limitata e finita in questo mondo particolare, e la potenzialità infinita dell’immaginazione e del pensiero di sondare orizzonti inesplorati per apportare nuovi impulsi di rigenerazione e rinnovamento di ciò che già c’è.
L’incarnazione in un contesto specifico determina la vita, ma la nostra potenzialità è infinita e ci trascende completamente, è questo slancio che ci porta a sviluppare noi stessi definendoci tuttavia sempre nei limiti della nostra realtà particolare. La consapevolezza di questa dicotomia e natura contraddittoria tra ciò che sono e ciò che potrei essere è quella che genera le sfide trattate precedentemente, ovvero il rapporto tra singolarità e totalità (la realtà costitutiva della relazione) e la domanda circa la nostra appartenenza. A questo punto cos’è essenzialmente umano se non vivere accettando attivamente tale contraddizione?
Dio stesso acquisisce la natura di coincidenza degli opposti, nel senso che non vengono a sovrapporsi e fondersi ma che convivono in una corrispondenza dialettica e complementare. A questa coincidenza noi tendiamo continuamente, come una figura geometrica formata da una retta verticale che ha un punto in comune con una circonferenza. Se immaginiamo che il diametro della circonferenza tenda all’infinito ci rendiamo anche conto che in questa tensione potenzialmente retta e circonferenza possono finire per coincidere. Secondo il principio del terzo escluso, retta e curva sono opposti ma coincidono al limite del rapprensentativo, ovvero dove il pensiero (immaginando un centro della circonferenza sempre più lontano dal punto scelto in comune tra retta e circonferenza, e quindi un diametro tendente all’infinito) prosegue le nostre capacità rappresentative. Ed è proprio grazie a questa capacità intellettiva appena dimostrata che mi posso avvicinare alla potenzialità del Divino, che è l’Assoluto, il luogo dove gli opposti coincidono, a cui tendere poiché ancora non esiste e che quindi devo ricercare attraverso la mia coscienza. Questa capacità cognitiva e consapevolezza della potenziale coincidenza degli opposti, dell’invisibile e del visibile, è il fondamento necessario dell’etica del presente che non è normativa ma dinamica, prevede e accompagna la trasformazione, non determina ma asseconda l’impulso del cambiamento e della rigenerazione continua. Tale etica interiore ascolta e accoglie ciò che è umanamente corretto, partecipa alla situazione attuale, del qui ed ora. La vita infatti è da rispettare nel suo divenire vitale e costante. Un’etica normativa può comunque rivelarsi utile in determinate circostanze e per scopi specifici ma ciò che meglio guida il vivere sociale in questo mondo è un’etica flessibile e cangiante, in perpetua trasformazione come la vita stessa.
Riprendendo i versi di “Bibliocausto” nella raccolta Magma di João Guimarães Rosa l’impulso al rinnovamento è il modo in cui dopo che il vecchio, quello che si dà per certo e già si conosce, è bruciato s’imbocca la strada della vita che conduce al nuovo con “piedi liberi, mani strette (in quelle dell’altro – holding hands) e occhi aperti”. Tale è lo slancio della gioventù.